giovedì 17 maggio 2012

La cutrettola (ovvero, meno fesso dell'albatros)

Per sollazzarsi, spesso, le ciurme dei bastimenti,
di petroliere, di baleniere, di portaerei, di portacontainer,
si divertono a catturare degli albatros, enormi uccelli imbecilli che si lasciano così facilmente catturare e torturare: si lasciano

spegnere la sigaretta sulle piume, stuzzicare il becco,
bastonare di bastone.


Ma sta un uccello diverso, un uccello contento: la cutrettola si chiama.
E questo caca sui balenieri, sui petrolieri, su mercanti dei container, sui soldaticchi.
E quando ne vede qualcuno da solo, ecco che s'appoggia dietro alle spalle e col becco puntuto gli picchietta la testa: e non giocando, ma a far male, crudele.
Strappa i capelli a morsi e con le zampe artigliandosi alle spalle. Se quello si ribella eccolo svolazzare rapido

per le volte azzurre, facendosi beffe del povero sciagurato.

E di nuovo a cacargli addosso.
E poi di nuovo, richiama i suoi amici, sodali, e tutti a cacare sopra la petroliera e i soldaticchi, e a scorticarli,
col becco e con gli artigli: buffe, zoppicano le vittime, non capiscono.






Inutile spiegarvi la faccenda: se non avete capito che il poeta dell'epoca del solare, sì, questa nuova epoca, di una nuova semplicità complicata, non ha da essere fesso, non ha da sentirsi inetto ed inutile a vivere in questo mondo di calcolo, ma ha da essere demiurgo crudele, abile e sagace, nell'evitare le insidie dell'homo oeconomicus; beh, dunque, se non avete capito, siete proprio degli albatros, e non sarete mai, amabile cutrettola.




La cutrettola (ovvero, meno fesso dell'albatros) tratto da Versi giustificati di Marco Cardetta

sabato 12 maggio 2012

Sogno di quando ero Samantha di Sex and the city

Ero bionda, ero Samantha di Sex and the city; ed ecco che quest'uomo muscoloso con cappello a kepi da fattorino voleva far l'amore con me, sulle scale, dove si stendeva il velluto bordeaux da hotel di classe - i passamano d'ottone. Però lì passavano continuamente camerieri, reggendo sulle mani tondi vassoi con bicchieri lunghi, pieni di gin. Passavano sopra di noi mentre amoreggiavamo sulle scale, io su di lui. Io su di lui a gambe larghe: ho un meraviglioso vestito bordeaux con spacco alla coscia.


Così suggerisco di andare da me, o da lui. Andiamo da me. Nel mio appartamento, open space, attico in cima al grattacielo, in piena Manhattan. Entrando parlo di questo mio stretto appartamento che mi costa mille pound al mese e che non so ancora se conviene, visto che ne ho un altro, sempre in centro a Manhattan e non riesco ad affittarlo.

E' un open space lungo e stretto: lungo cinque metri e largo uno e mezzo. E siccome non voglio farmi mancare niente, sul lato sinistro ho messo tutto: il lavabo, una specchiera e due docce. Più le mattonelle bianche a fiorellini: quelle non possono mancare. Sul lato destro non ho messo niente perché non c'entrava. E' un open space: tiny open space.

Fatto sta che ci mettiamo sotto la doccia: due (perché non voglio farmi mancare niente) ne ho lì, in cucina (perché l'appartamento è un open space!).

In realtà non sono docce: solo due telefoni di doccia che escono dal muro a mattonelle, sopra la lavatrice e il lavabo, senza un buco in terra: quando faccio la doccia tutto l'open space si allaga e allaga anche l'open space di quello del piano di sotto che si chiede sempre perché non ha comprato lui l'attico.

Fatto sta che ci mettiamo sotto la doccia, io, Samantha, e il muscoloso fattorino: ha i muscoli tirati e tesi, questo muscoloso fattorino: qualcosa mi dice che fa palestra.

Ma - ritornando alle azioni – veniamo continuamente interrotti: perché il mio è un open space, quindi è aperto. Entra continuamente gente: i fattorini, i facchini che portano le valigie, i camerieri, le cameriere.

Ed entra una mia amica, bionda anche lei, metropolitana, che ci interrompe. E' con un suo nuovo boyfriend: "Chi è?" Chiedo io a lei, spostando a lui il ciuffo ingelatinato che gli cade pesante sugli occhi: è timido, come è entrato s'è seduto al tavolino tondo e sembra disturbato di vedere un fattorino muscoloso, nudo, lì a fianco sotto la doccia: gli arriva l'acqua, schizzettando sulla giacca nera e lui se la pulisce con la mano.

E' un agente finanziario. "Oh, ecco perché sembra così stressato. Si vede dal ciuffo ingelatinato che gli cade sulla fronte. Forse può fare l'amore con me e si rilassa."

Ma il mio fattorino muscoloso, tutto nudo e con il kepi rosso in testa, è sotto la doccia e sbuffa: dalla doccia non esce l'acqua calda. Gli dico di spostarsi e di mettersi alla seconda doccia: quella proprio vicino al tavolino tondo dove s'è seduto l'agente finanziario - sì perché a fianco alla lavatrice c'è un tavolino tondo.

Ma non abbiam nemmeno tempo: siamo tutti in pausa pranzo e tutti abbiamo fretta: tra un po' dovremo tutti ritornare a lavoro. Quindi dovrò farmi tutti e due in meno di venti minuti. Maledetta vita metropolitana!

E mettendoci sotto l'altra doccia ecco che la prima finalmente inizia a far fuoriuscire l'acqua calda: in quel momento passa una cameriera con il vassoio tondo e ci guarda storto perché abbiam tutte e due le docce aperte. "Che spreco d'acqua!", dice inorridita. Spiego alla cameriera che in quell'altra non usciva l'acqua calda. Lei scorbutica risponde che non è possibile.
E io per protesta entro nel Partito Democratico.
 
 

"Sogno di quando ero bionda" tratto da Vedute (ovvero, l'uomo che non c'era) - raccolte di sogni, visioni, epifanie, di Marco Cardetta

mercoledì 2 maggio 2012

L'harem

Rosario Dosa, lei, silfide bronzea, m’indicò un vasetto di melassa, e spiegava:
“Per favore – con leggero accento francese, arrotondava le consonanti – per favore, in lei l’emozione dell’eiaculazione è certo troppo, troppo profonda e prepotente ... e sarà ...; prego, si ricopra il glande ed il fusto con questa melassa, un nostro preparato, perché ritardi in lei, l'effetto delle mie carezze, e manipolazioni. Perché giunga in lei, progressivo, il piacere, e possa gustare il mio tepore, per qualche minuto, prima di riempirmi del suo seme, bollente. Strabordante.”
 
Diceva questo assecondando le sue gambe di seta, sul bordo della piccola piscina arabescata.
Con occhi di malia m'imponeva pazienza.
E il mio cuore esultava, d'un sol palpito, nel gozzo. Continuo.
Accarezzava poi, aveva da accudire, altre due sue figliocce: pescarle dall'acqua, e massaggiarle di unguento aromatico.
Dinanzi a me si stendeva in profondità l’antro buio, parallelepipedeo, dalle sudate pareti - rugose -  di pietra lavica.
 
Mi spogliai millantando quiete e grazia. In fretta. E guardai le gambe eccessivamente magre che avevo trascurato in scarso esercizio, il bacino che basculava in cerca - di qualcosa - e l’abbronzatura ancora presente, nonostante i mesi di digiuno dal sole.
Il fallo di seta bruna; e cominciai a spalmare piano l’unguento.
 
"Te lo spalmerei io" – mi disse una giovinetta ninfa occidentale, che usciva ora dalla piscina completamente nuda.
Sgambettava levandosi dal pelo dell’acqua e si fece innanzi. Bionda, completamente bionda e chiara.
Quando poi fu vicina a me, leggermente scostata, dapprima mi fissò un momento; poi aprì le gambe ed abbassò il bacino piegando le ginocchia.
Tese i tendini interni delle cosce ad esibire il pube: morbido pellicciotto castagno zuppo d'acqua: colava.
E lasciò dondolare il bacino, avanti e indietro, poi in cerchio, fino a fermarsi di colpo: tra le sue cosce, girava, qualche centimetro appena sotto il clito, un pendaglio d'argento, pesante, intarsiato, di pietra e smeraldo, che le cadeva giù, fin dal collo.
Il chiarore delle candele calava e il mio sguardo scese dal ciuffo - a punta - controluce, fin ai suoi piedi, notando, in terra, inciso sul pavimento, un disegno mandalico di circonferenza, astri e comete. Segni vari.
Non appena il pendaglio – girando - ebbe rallentato un poco, lei alzò la testa e, guardandomi, disse:
“Oggi pioverà!”

Guardai il soffitto basso e gocciolante: gocciolava.
E sfilò via al mio fianco sorniona - dalla pelle emanava ancora il tepore dell'acqua - ripetendo:
"Te lo spalmerei io. Ma rischierei di darti, sollecita, troppi piaceri e tu verresti tra le mie mani. Spargendolo. E che senso avrebbe? E che senso avrebbe? E che senso avrebbe?" (Questa frase echeggiava ad libitum nella stanza) "Il prepotente soffione boracifero che hai, deve essere solo tra le cosce di Rosario. A lei spetta."

Ed andò via.
In fondo all’antro scuro aprì bocca Rosario, con voce liquida:
"E mi raccomando - sempre con pronuncia francese, arrotondando - ne spalmi un bel po’ ed in maniera spessa sul glande. E non si sieda! Altrimenti non avrebbe senso." - (echeggiava la frase nella stanza) - "Non tema però, non la priverà dei suoi piaceri, del tutto. Gliene concederà solo progressivamente a disposizione delle mie sollecitudini. Delle mie mani.
Inoltre, è anche ignifugo! Così se la caverna, la casa e tutto il vulcano, dovessero crollare nell’incendio e spargere fiamme ovunque - intorno - il suo pene si salverà!"

In effetti l’antro sembrava vibrare. La cima - fumosa - del vulcano - sopra la testa - mugghiava.
O forse il miocardio nel gozzo. Il mio cuore.

Mi sovvenne un pensiero.
Che loro tutto sapevano. Del mio passato. 
Dei tre mesi incatenato ad una roccia dietro le sbarre in un corridoio nero e vuoto. La strana fine di non poter mangiare senza dormire.
L’assenza di alcuno scompenso. Le braccia tese alla parete senza la possibilità nemmeno di masturbarmi per far passare il tempo. Aspettare il morso d’un topo per avere qualche simulacro di fellatio.

Aspettai Rosario.
Nell’antro umido risuonavano parole vestibolari.
"Oh, in te solleciterò i piaceri migliori. Sebbene ancor vergine con le mani sono la migliore. E la bocca uso con amore."
E questa era sicuramente, delle sue educande, quella con il ciuffo castagno.

Rosario: di una ne massaggiava le giunture, stesa sul bordo della vasca. Cospargendola di unguento.
Ve ne erano ancora tre nell’acqua petrolio. L’antro si proiettava in profondità. Gocciolava il tufo e la pietra vulcanica.
La fine era prossima.



"L'harem" tratto da Inquietudini nostrane di Marco Cardetta