venerdì 13 luglio 2012

Cristina la principessa (ovvero, quando ero regina)

La prima volta che mi ritrovai le mani al collo, avrò avuto due mesi, forse sei; la mia balia: ricordo le mani che s'allungavano verso la culla. Chissà quanto l'avevano pagata o cosa le avevano detto. Poi iniziò a fare sul serio, a stringere, la stupida.
Ma le venne il rimorso, i sensi di colpa, o forse solo la paura dell'accetta, delle galere, degli stupri dei carcerieri; così si mise a piangere e non se ne fece niente.
Morì mio nonno, Paolo I e venne il figlio, Alessandro I, che passava per liberale, anche se non fece chissà cosa: certo, costruì scuole e ridette il potere legislativo al senato, migliorò le condizioni dei contadini, togliendo privilegi ai nobili, ma alla fine non cancellò la schiavitù, né fece la riforma agraria e la gleba rimase la gleba.

La seconda volta capitò appunto che s'era appena insediato mio zio, Alessandro I, zar di Russia.
Stava un ballo, nella reggia: i lampadari erano luminosi e luccicanti, ed un uomo s'avvicinò a me: lui stava nell'ombra dietro lo stipite di una porta all'oscuro e m'infilò lo stile in un fianco, ai reni.
Lo premette ed era quasi deciso, ma due guardie gli stavano appresso da tempo, l'avevano seguito ed erano dietro di lui nell'antro oscuro: gli furono subito addosso e lo legarono.
Mio padre interruppe il ballo e lo giudicò all'istante: tre mesi di carcere e stupri, disse. Poi l'accetta. Ma prima gli stupri.
Andò come previsto: l'uomo piangeva, inginocchiato, per la vergogna, tra gli invitati imbellettati e le dame dalle gonne a sbuffo. Non ne ho più saputo nulla di quell'uomo.

Poi è successo in età più adulta; m'ero fatta donna ed ero in procinto di sposarmi. Avevo un diadema in testa, di diamanti pregiati: mio padre me l'aveva regalato: aveva fatto scavare quei diamanti non so dove, nelle più remote regioni a nord, della nostra grande amata Russia: più di cento uomini avevano scavato per tre anni per scovare quei diamanti per me. Non erano riusciti a scavarne abbastanza per fare il diadema e così mio padre aveva dovuto dichiarare guerra all'Inghilterra, sperando di recuperarne altri. 
Dei minatori non si seppe più nulla, se non che erano stati uccisi, quelli che erano sopravvissuti ai tre anni; e alla guerra. Prima li aveva mandati in guerra, poi galera. Prima le patrie galere, poi l'accetta. Ma prima gli stupri.
La guerra con l'Inghilterra non andò bene e così i diamanti alla fine li comprò, semplicemente, mio padre.
  
Dunque la terza volta: avevo questo diadema in testa, sotto il sole luccicante. E c'era un vecchio, con la pelliccia: fece per spararmi dal tetto d'un palazzo mentre passavo in rassegna le truppe. Sorte volle che il vecchio non aveva una buona vista e - forse, si disse, abbagliato dal luccicare del diadema - colpì il Generale al mio fianco, che con me passava in rassegna le truppe. Il Generale era vecchio e morì.
Il vecchio attentatore pure morì, quel pomeriggio stesso, sotto le sciabole delle guardie reali, su quello stesso terrazzo.

Infine è capitato ora, che sono regina. Mio padre è morto da due anni ed io sono una donna matura.
Il re, mio marito, mi cammina sempre un passo indietro.

Ero in visita nelle trincee che si stavano costruendo sul confine con la Polonia. 
Ed entrai a visitare dei malati, in una polveriera dismessa della trincea; ve ne era uno biondo, con gli occhi verdi, che era stato ferito durante una missione di ricognizione e chiese di parlarmi. 
Mi ritrovai, sola, nella polveriera con il povero ferito, mentre i generali, fuori, nel fumo urlavano perché i polacchi avevano deciso di attaccare proprio quel giorno.
Il soldatino stava male, ferito alla gola: sarebbe morto da lì a qualche minuto; io avevo il vestito nero, quello con i pizzi ricamati. E quello andava continuamente chiedendomi del latte: "Regina, per favore, prima che io muoia, vorrei un po' del latte della madre patria."
E allora, cosa avrei dovuto fare? Scoperchiai un seno e glielo diedi da succhiare; avevo partorito da appena due mesi il mio primo figlio, Alessandro II.
Del resto stava morendo: lui credette che fosse un sogno, infatti non batté ciglio e si diede a succhiare come un poppante, attaccato alla tetta. Ma in quel momento entrò un soldatino, nella polveriera: purtroppo quello dovetti farlo condannare a morte. Non potevo far sapere al mondo che davo da succhiare la tetta al primo soldatino che capitava.
Gli risparmiai le galere e gli stupri ripetuti dei carcerieri, ma l'ascia no. E anche subito, prima che avesse voglia di parlare. Subito l'ascia, senza respiro.

Certo, il boia che abbiamo, non è di sicuro un chirurgo; l'ascia non è uno strumento semplice e ci vogliono anni di esperienza: quando poi ci si arriva magari gli anni sono troppi, inizia la stanchezza, la miopia, scarsa voglia d'impegnarsi.
Così l'ascia finisce quasi mai sul collo: sempre un po' sulle spalle oppure fracassa il cranio, senza uccidere, facendo solo male. E così ci vogliono due o tre colpi per ammazzare il poveretto.
Così accadde quella volta. Una cosa orribile e lunghissima, con l'ascia che non si dis-incastrava dalla spina dorsale e quel poveretto che gemeva, ancora vivo.

Purtroppo non abbiamo altro mezzo. Ho sentito che in Europa hanno cominciato ad utilizzare qualcosa di più moderno e preciso. Speriamo di poterne fare presto all'occorrenza.

Il soldatino che era entrato, comunque, pare fosse il figlio di quello che aveva attentato alla mia vita l'ultima volta. Sembra che io non possa fidarmi di nessuno.

***

Mio nonno stava quando c'era Alessandro I, aveva i baffoni folti e lunghi, ma, sotto, una bella faccia, solare, giovane. E' morto giovane. Aveva provato ad uccidere la principessa, ma gli è andata male.
Prima di morire baciò l'immaginetta che aveva al collo: l'effige della madre, mia bisnonna: pure lei era morta perché aveva attentato alla vita della regina. Anche se di lei non si è sicuri. C'è chi dice che c'abbia provato ma si sia intenerita perché si trattava di una bambina in fasce. In famiglia si dice che sia stata solo una zanzara che le pungeva la schiena a distrarla e lì lasciò la presa: entrò una damigella e fu scoperta. C'è chi racconta poi che i fatti fossero altri: lei era l'amante di Paolo I, il re. E fu la moglie, la regina, a mandarla nelle segrete, per gelosia. Pare addirittura che mio nonno, fosse il figlio di Paolo I. Se così fosse vero, sono tre generazioni che cerchiamo di ammazzarci.


"Cristina la principessa" tratto da Vite confuse di Marco Cardetta