sabato 16 giugno 2012

Quando ero papa

Salute Francesco, non so cosa mi stia succedendo, ma sono stato eletto papa. Tutti parlano e urlano: stavo chiuso nel mio studiolo e fuori, oltre le tende bianche al vento, sta Piazza San Pietro. 
Sono Nicola e ho un cognome italiano. Sono venuti ad avvisarmi che pare sarò fatto papa. Io sono sconvolto: ma sembra che, anche volendo, io non possa fermare la cosa: tutti stanno convergendo sul mio nome e ormai siamo all'ottanta percento circa dei consensi.

Io che fino a ieri ero un umile sarto del signore, un cameriere dei vescovi, domani sarò papa.
Saprò fare cose buone.

***

Salute, sono Tia Kaleva, caro Francesco, e oggi sono stato eletto papa per la seconda volta. Questa volta ci capisco qualcosa in più. Ieri sono morto per mano di un assassino che invece non mi voleva: ma credo di sapere già, che il suo corpo oggi pende dalla torre più in alto: la sua decisione non è stata presa bene. Mi ha soffocato con un cuscino.
Ho ottanta anni. E questa volta anziché meditare mi ubriacherò cercando di rimanere sveglio fino a domattina e non fare la
fine che ho fatto ieri: sono durato un solo giorno. Questo è ciò che succede quando uno ha buone intenzioni.
E' il 1180.

E' incredibile come in un vestiario ampio come quello che ho io, v'abbia ritrovato segnate e ricamate le insegne, le firme di diversi papi, di diversi re: evidentemente questa condizione unica e privilegiata è considerata quasi come un carcere, se uno sente il bisogno di ricamare all'interno della propria stola il proprio nome: Pio IX e un cuore infranto; oppure Re Carlo, oppure numeri sbarrati. Sembra il muro di un carcere: ma è la stola di un sant'uomo.

Ed io che dovrei conservare tutti questi arredi sacri. E se me li rubano? O mio dio che grande responsabilità che ho.
Ho una valigia con tutti gli arredi più importanti e la devo trasportare via quando ho finito. La croce da baciare, il cranio del servo di cristo. Tutte queste reliquie. Cosa ne sarà di me?

Giù dal balcone bianco, di colonnine tornite, brulica una folla in subbuglio, luccicante nella notte più nera: si muove per lungo, sull'enorme boulevard nella città oscura. Ho tenuto il mio discorso e qualcuno - sì, qualcuno - m'ascoltava, della gente in folla lì sotto: ma com'è elevato questo balcone. Infinitamente elevato. Li vedo così lontani: dubitavo talvolta che potessero ascoltarmi quegli omini. Sicuro, ci sono gli altoparlanti: ma sembrano vibrare nel vuoto, a fianco a me. E lì sotto, così distanti e minuscoli: forse erano rivolti col naso in su ad ascoltare qualcuno di un balcone più in basso.
E' così vero - così ragione ho a  non sentirmi considerato - che ora, appena finito, tutti han ricominciato a muoversi, per il boulevard, verso la cima della collina - lì s'arrampica Prishtina, questa città oscura. S'affollano per le vie tra le giostre ed i locali per adulti.
Ed io che devo stare a ritirare tutti gli oggetti che ho sparso per il balcone per condurre il mio discorso, tutti i paramenti che debbo mostrare ogni volta per condurre il mio discorso: i miei vescovi mi obbligano: dicono che così sembro molto più "papa".
Ed ecco la croce di legno a righe nere, con lo scheletro di gesù minuscolo, il cranio dell'umile servo del signore: c'è anche il gomito di Ponzio Pilato. E tutto ripongo nella mia valigiona nera e vecchia, pesante: il candelabro, il calice d'ottone laccato in oro. E' tutto un po' impolverato. Spero di non perdere nulla.
E mentre ripongo le mie masserizie - i vescovi sono all'interno nel salone, bianco, già bevendo in calici lunghi, sotto lampadari luminosi - riguardo l'interno della mia stola: vi sono le incisioni, le firme di tutti quelli che prima di me l'hanno indossata. Ricamati in filo d'oro i loro nomi: Pio IX, Carlo, e qualcuno che invece ha solo segnato delle stecche poi sbarrate, come fanno i carcerati.



Tratto da "Vite confuse" di Marco Cardetta