mercoledì 2 maggio 2012

L'harem

Rosario Dosa, lei, silfide bronzea, m’indicò un vasetto di melassa, e spiegava:
“Per favore – con leggero accento francese, arrotondava le consonanti – per favore, in lei l’emozione dell’eiaculazione è certo troppo, troppo profonda e prepotente ... e sarà ...; prego, si ricopra il glande ed il fusto con questa melassa, un nostro preparato, perché ritardi in lei, l'effetto delle mie carezze, e manipolazioni. Perché giunga in lei, progressivo, il piacere, e possa gustare il mio tepore, per qualche minuto, prima di riempirmi del suo seme, bollente. Strabordante.”
 
Diceva questo assecondando le sue gambe di seta, sul bordo della piccola piscina arabescata.
Con occhi di malia m'imponeva pazienza.
E il mio cuore esultava, d'un sol palpito, nel gozzo. Continuo.
Accarezzava poi, aveva da accudire, altre due sue figliocce: pescarle dall'acqua, e massaggiarle di unguento aromatico.
Dinanzi a me si stendeva in profondità l’antro buio, parallelepipedeo, dalle sudate pareti - rugose -  di pietra lavica.
 
Mi spogliai millantando quiete e grazia. In fretta. E guardai le gambe eccessivamente magre che avevo trascurato in scarso esercizio, il bacino che basculava in cerca - di qualcosa - e l’abbronzatura ancora presente, nonostante i mesi di digiuno dal sole.
Il fallo di seta bruna; e cominciai a spalmare piano l’unguento.
 
"Te lo spalmerei io" – mi disse una giovinetta ninfa occidentale, che usciva ora dalla piscina completamente nuda.
Sgambettava levandosi dal pelo dell’acqua e si fece innanzi. Bionda, completamente bionda e chiara.
Quando poi fu vicina a me, leggermente scostata, dapprima mi fissò un momento; poi aprì le gambe ed abbassò il bacino piegando le ginocchia.
Tese i tendini interni delle cosce ad esibire il pube: morbido pellicciotto castagno zuppo d'acqua: colava.
E lasciò dondolare il bacino, avanti e indietro, poi in cerchio, fino a fermarsi di colpo: tra le sue cosce, girava, qualche centimetro appena sotto il clito, un pendaglio d'argento, pesante, intarsiato, di pietra e smeraldo, che le cadeva giù, fin dal collo.
Il chiarore delle candele calava e il mio sguardo scese dal ciuffo - a punta - controluce, fin ai suoi piedi, notando, in terra, inciso sul pavimento, un disegno mandalico di circonferenza, astri e comete. Segni vari.
Non appena il pendaglio – girando - ebbe rallentato un poco, lei alzò la testa e, guardandomi, disse:
“Oggi pioverà!”

Guardai il soffitto basso e gocciolante: gocciolava.
E sfilò via al mio fianco sorniona - dalla pelle emanava ancora il tepore dell'acqua - ripetendo:
"Te lo spalmerei io. Ma rischierei di darti, sollecita, troppi piaceri e tu verresti tra le mie mani. Spargendolo. E che senso avrebbe? E che senso avrebbe? E che senso avrebbe?" (Questa frase echeggiava ad libitum nella stanza) "Il prepotente soffione boracifero che hai, deve essere solo tra le cosce di Rosario. A lei spetta."

Ed andò via.
In fondo all’antro scuro aprì bocca Rosario, con voce liquida:
"E mi raccomando - sempre con pronuncia francese, arrotondando - ne spalmi un bel po’ ed in maniera spessa sul glande. E non si sieda! Altrimenti non avrebbe senso." - (echeggiava la frase nella stanza) - "Non tema però, non la priverà dei suoi piaceri, del tutto. Gliene concederà solo progressivamente a disposizione delle mie sollecitudini. Delle mie mani.
Inoltre, è anche ignifugo! Così se la caverna, la casa e tutto il vulcano, dovessero crollare nell’incendio e spargere fiamme ovunque - intorno - il suo pene si salverà!"

In effetti l’antro sembrava vibrare. La cima - fumosa - del vulcano - sopra la testa - mugghiava.
O forse il miocardio nel gozzo. Il mio cuore.

Mi sovvenne un pensiero.
Che loro tutto sapevano. Del mio passato. 
Dei tre mesi incatenato ad una roccia dietro le sbarre in un corridoio nero e vuoto. La strana fine di non poter mangiare senza dormire.
L’assenza di alcuno scompenso. Le braccia tese alla parete senza la possibilità nemmeno di masturbarmi per far passare il tempo. Aspettare il morso d’un topo per avere qualche simulacro di fellatio.

Aspettai Rosario.
Nell’antro umido risuonavano parole vestibolari.
"Oh, in te solleciterò i piaceri migliori. Sebbene ancor vergine con le mani sono la migliore. E la bocca uso con amore."
E questa era sicuramente, delle sue educande, quella con il ciuffo castagno.

Rosario: di una ne massaggiava le giunture, stesa sul bordo della vasca. Cospargendola di unguento.
Ve ne erano ancora tre nell’acqua petrolio. L’antro si proiettava in profondità. Gocciolava il tufo e la pietra vulcanica.
La fine era prossima.



"L'harem" tratto da Inquietudini nostrane di Marco Cardetta