venerdì 28 dicembre 2012

The clock - haiku


The clock 
goes itself
goes itself. 

"The clock" from When they will be/haiku by Marco Cardetta

Orologio

L'orologio
va per sé
va per sé.

"Orologio'" da Quando saranno/haiku di Marco Cardetta

venerdì 9 novembre 2012

When they will be - haiku (english version)

When they will be dust
they will understand
That there are the stones.



"When they will be" from When they will be/haiku by Marco Cardetta


Is - haiku

Is the dawn of a new
day! No, fuck:
is afternoon.

"Is" from When they will be/haiku by Marco Cardetta

E' (haiku)

E' l'alba di un nuovo 
giorno! No, cazzo:
è pomeriggio.

"E'" da Quando saranno/haiku di Marco Cardetta

Washing up / Lavarsi (english version)

Came back home, naked 
rubbing by towel
White - drying
My intimacies: from windows
people stared at me
walking on my way:
in mouth the phrase: "Oh, finally
one who washes himself"

"Wahing up" from Versi giustificati (english version) by Marco Cardetta

lunedì 5 novembre 2012

The stomach


This way, we reduced everything to little things.
Especially reducing the books
and we put them in our stomach.
This way, we reduced our things.
And we swallowed them.
And we had also the method for letting them out -
as we liked - little as grain of sand
or as a finger.
And the stomach was our home.
But the stuff got out of hand.
Stolen lent granted,
to the public world.
In three months we had full of
architects of the stomach that with chisel
sculpted extraordinary shelving in our stomachs,
for saving all our things.
And this was very useful when we flew, flying
without luggage, with baggage limits.
But soon also some child began
to put the things in his stomach -
reckless child -
they filled their stomach of shit:
so they didn't eat anymore.
Soon he died a couple: they had always
fullness for the shelving that they had
in stomach - for the lumber that filled it -
so they didn't eat anymore and they died in hunger
without realizing.
The government had set a limit,
But we just don't pay attention
and someone died.
And we had no homes anymore, even not naked beds.
And our houses - with all their furniture
were only in our stomachs, well furnished.

"The stomach" from Versi giustificati (english version) by Marco Cardetta

venerdì 28 settembre 2012

In Bernardazzi club - haiku (english version)


Choose your door
black or black
and round the night.

"In Bernardazzi club" from When they will be-haiku by Marco Cardetta

giovedì 27 settembre 2012

Ukraine - haiku (english version)


Orient orient orient
and trains so slow
that can never be late.

"Ukraine" from When they will be/ haiku Marco Cardetta

sabato 15 settembre 2012

Quando saranno - haiku

Quando saranno polvere
s'accorgeranno che ci sono
uomini che sono pietre.

"Quando saranno" tratto da Quando saranno/haiku di Marco Cardetta

giovedì 6 settembre 2012

Queequeg

Tatuarono sulla mia schiena dei segni.
Ed ognuno sulla nave mi schiaffeggia, dileggia, 
dà pacche sulle spalle, ride a modo suo.
Non conosco quei segni. A volte mettendo assieme 
quelle reazioni riesco ad interpretare, 
un po'. Ma poi sempre qualcuno dice qualcosa
che non torna: non tornano i conti.
E così agiamo, scambiamo parole; a volte son costretto
a litigare perché qualcuno mi minaccia
s’è risentito offeso da quei segni; sembra un insulto: e
bisogna farsi rispettare.



"Queequeg" tratto da Versi senza versi di Marco Cardetta

mercoledì 5 settembre 2012

Le squille

1.
Odi le slitte con le squille
argentee squille!
Quale mondo di gaiezza il loro concento predice!
Come tinnano, tinnano, tinnano
nell'agghiacciata aria della notte
mentre gli astri ch’aspergono
tutte le volte, paiono luccicare
con vitreo diletto;
mantenendo il tempo, tempo, tempo,
in una sorta di runico ritmo
al sonagliamento che così armoniosamente scaturisce
dalle squille, squille, squille, squille,
squille, squille, squille,  -
dal tinnare e tintinnare delle squille.


2.
Odi le molli squille nuziali -
lutee squille!
Quale mondo di contentezza la loro armonia predice!
Attraverso la fragrante aria della  notte
come richeggiano il loro diletto! -
Dalle note d'oro colato
e tutto in accordo
quale liquido stornello fluttua
sino alla tortora – ch’ascolta mentre fissa avida la luna!
Oooo, dalle risonanti celle
quale fiotto d'eufonia voluminosamente sgorga!
Come s'espande!
Come dilata
sull'avvenire! - come esprime
dell'estasi che smuove
al dondolare e risonare
delle squille, squille, squille!
delle squille, squille, squille, squille,
squille, squille, squille -
al rimare e scampanare delle squille!


3.
Odi le squille dall'alto allarme -
ottonate squille!
Qual fola di terrore, ora, il loro tumulto diffonde!
Nello sbigottito timpano della notte
come gridano il loro spavento!
Assai inorridite per riferire,
capaci solo a stridere, stridere,
fuori tono,
in un clamoroso appellarsi alla clemenza della vampa  -
in una malsana rimostranza con la sorda e frenetica vampa,
zompettante più alta, più alta, più alta
con disperato anelito
e risoluto sforzo
ora - ora d'approdare, o mai,
sulla sponda della dirimpettaia luna.
Ooo, le squille, squille, squille!
Quale resoconto di disperazione
il loro sgomento propone!
Quali sferrragliamenti e stonare e mugghiare!
Quale orrore spargono
nel basso della palpitante atmosfera!
L’udito già, interamente discerne,
dal vibrare
e dal fragore
come l'insidia cala e fluisce: -
e già, il timpano distintamente confessa a se stesso,
nello stridore
e nella disputa
come l'insidia s'abbassa e aumenta,
attraverso l'abbassar e aumentar nella stizza delle squille -
delle squille -
delle squille, squille, squille, squille,
squille, squille, squille -
nel clamore e nel clangore delle squille.


4.
Odi il rintocco delle squille -
ferree squille!
Quale mondo di solenne meditazione la loro monodia impone!
Nel silenzio della notte
come rabbrividiamo con spavento
al melanconico annuncio del tono!
Poiché ogni suono che s'effonde
dalla ruggine interna delle loro strozze
è gemito.
E la frotta - ah, la frotta
che dimora su nel campanile
tutta sola
e che, battendo, battendo, battendo,
in quel ottuso tono uniforme
avverte quasi gloria in tal precipitar
sul cuore umano d'un masso  -
Loro sono né uomo  né donna
né bruto né  umano.
Loro sono masticacadaveri: -
e il loro re è colui che rintocca: -
ed egli rulla, rulla, rulla, rulla
un peana dalle squille!
Ed il suo cuore contento s'ingrossa
con la lagna delle squille!
Ed egli danza ed egli sbraita;
mantenendo il tempo, il tempo, il tempo,
in una sorta di runico ritmo
al peana delle squille -
delle squille: -
mantenendo il tempo, il tempo, il tempo,
in una sorta di runico ritmo,
al palpitar delle squille -
delle squille, squille, squille -
ai singhiozzi delle squille: -
mantenendo il tempo, il tempo, il tempo
mentre  rintocca, rintocca, rintocca
in contento runico ritmo,
al rullar delle squille -
delle squille, squille, squille: -
allo scampanar delle squille -
delle squille, squille, squille, squille -
squille, squille, squille -
al  gemere e gemere delle squille.


"Le squille" tratto da Edgar ovvero ... dal più fiero e biondo di tutti i fiori... - traduzioni/tradimenti e canto da Edgar Allan Poe, di Marco Cardetta. Post-fazione di Luciano Funetta


venerdì 13 luglio 2012

Cristina la principessa (ovvero, quando ero regina)

La prima volta che mi ritrovai le mani al collo, avrò avuto due mesi, forse sei; la mia balia: ricordo le mani che s'allungavano verso la culla. Chissà quanto l'avevano pagata o cosa le avevano detto. Poi iniziò a fare sul serio, a stringere, la stupida.
Ma le venne il rimorso, i sensi di colpa, o forse solo la paura dell'accetta, delle galere, degli stupri dei carcerieri; così si mise a piangere e non se ne fece niente.
Morì mio nonno, Paolo I e venne il figlio, Alessandro I, che passava per liberale, anche se non fece chissà cosa: certo, costruì scuole e ridette il potere legislativo al senato, migliorò le condizioni dei contadini, togliendo privilegi ai nobili, ma alla fine non cancellò la schiavitù, né fece la riforma agraria e la gleba rimase la gleba.

La seconda volta capitò appunto che s'era appena insediato mio zio, Alessandro I, zar di Russia.
Stava un ballo, nella reggia: i lampadari erano luminosi e luccicanti, ed un uomo s'avvicinò a me: lui stava nell'ombra dietro lo stipite di una porta all'oscuro e m'infilò lo stile in un fianco, ai reni.
Lo premette ed era quasi deciso, ma due guardie gli stavano appresso da tempo, l'avevano seguito ed erano dietro di lui nell'antro oscuro: gli furono subito addosso e lo legarono.
Mio padre interruppe il ballo e lo giudicò all'istante: tre mesi di carcere e stupri, disse. Poi l'accetta. Ma prima gli stupri.
Andò come previsto: l'uomo piangeva, inginocchiato, per la vergogna, tra gli invitati imbellettati e le dame dalle gonne a sbuffo. Non ne ho più saputo nulla di quell'uomo.

Poi è successo in età più adulta; m'ero fatta donna ed ero in procinto di sposarmi. Avevo un diadema in testa, di diamanti pregiati: mio padre me l'aveva regalato: aveva fatto scavare quei diamanti non so dove, nelle più remote regioni a nord, della nostra grande amata Russia: più di cento uomini avevano scavato per tre anni per scovare quei diamanti per me. Non erano riusciti a scavarne abbastanza per fare il diadema e così mio padre aveva dovuto dichiarare guerra all'Inghilterra, sperando di recuperarne altri. 
Dei minatori non si seppe più nulla, se non che erano stati uccisi, quelli che erano sopravvissuti ai tre anni; e alla guerra. Prima li aveva mandati in guerra, poi galera. Prima le patrie galere, poi l'accetta. Ma prima gli stupri.
La guerra con l'Inghilterra non andò bene e così i diamanti alla fine li comprò, semplicemente, mio padre.
  
Dunque la terza volta: avevo questo diadema in testa, sotto il sole luccicante. E c'era un vecchio, con la pelliccia: fece per spararmi dal tetto d'un palazzo mentre passavo in rassegna le truppe. Sorte volle che il vecchio non aveva una buona vista e - forse, si disse, abbagliato dal luccicare del diadema - colpì il Generale al mio fianco, che con me passava in rassegna le truppe. Il Generale era vecchio e morì.
Il vecchio attentatore pure morì, quel pomeriggio stesso, sotto le sciabole delle guardie reali, su quello stesso terrazzo.

Infine è capitato ora, che sono regina. Mio padre è morto da due anni ed io sono una donna matura.
Il re, mio marito, mi cammina sempre un passo indietro.

Ero in visita nelle trincee che si stavano costruendo sul confine con la Polonia. 
Ed entrai a visitare dei malati, in una polveriera dismessa della trincea; ve ne era uno biondo, con gli occhi verdi, che era stato ferito durante una missione di ricognizione e chiese di parlarmi. 
Mi ritrovai, sola, nella polveriera con il povero ferito, mentre i generali, fuori, nel fumo urlavano perché i polacchi avevano deciso di attaccare proprio quel giorno.
Il soldatino stava male, ferito alla gola: sarebbe morto da lì a qualche minuto; io avevo il vestito nero, quello con i pizzi ricamati. E quello andava continuamente chiedendomi del latte: "Regina, per favore, prima che io muoia, vorrei un po' del latte della madre patria."
E allora, cosa avrei dovuto fare? Scoperchiai un seno e glielo diedi da succhiare; avevo partorito da appena due mesi il mio primo figlio, Alessandro II.
Del resto stava morendo: lui credette che fosse un sogno, infatti non batté ciglio e si diede a succhiare come un poppante, attaccato alla tetta. Ma in quel momento entrò un soldatino, nella polveriera: purtroppo quello dovetti farlo condannare a morte. Non potevo far sapere al mondo che davo da succhiare la tetta al primo soldatino che capitava.
Gli risparmiai le galere e gli stupri ripetuti dei carcerieri, ma l'ascia no. E anche subito, prima che avesse voglia di parlare. Subito l'ascia, senza respiro.

Certo, il boia che abbiamo, non è di sicuro un chirurgo; l'ascia non è uno strumento semplice e ci vogliono anni di esperienza: quando poi ci si arriva magari gli anni sono troppi, inizia la stanchezza, la miopia, scarsa voglia d'impegnarsi.
Così l'ascia finisce quasi mai sul collo: sempre un po' sulle spalle oppure fracassa il cranio, senza uccidere, facendo solo male. E così ci vogliono due o tre colpi per ammazzare il poveretto.
Così accadde quella volta. Una cosa orribile e lunghissima, con l'ascia che non si dis-incastrava dalla spina dorsale e quel poveretto che gemeva, ancora vivo.

Purtroppo non abbiamo altro mezzo. Ho sentito che in Europa hanno cominciato ad utilizzare qualcosa di più moderno e preciso. Speriamo di poterne fare presto all'occorrenza.

Il soldatino che era entrato, comunque, pare fosse il figlio di quello che aveva attentato alla mia vita l'ultima volta. Sembra che io non possa fidarmi di nessuno.

***

Mio nonno stava quando c'era Alessandro I, aveva i baffoni folti e lunghi, ma, sotto, una bella faccia, solare, giovane. E' morto giovane. Aveva provato ad uccidere la principessa, ma gli è andata male.
Prima di morire baciò l'immaginetta che aveva al collo: l'effige della madre, mia bisnonna: pure lei era morta perché aveva attentato alla vita della regina. Anche se di lei non si è sicuri. C'è chi dice che c'abbia provato ma si sia intenerita perché si trattava di una bambina in fasce. In famiglia si dice che sia stata solo una zanzara che le pungeva la schiena a distrarla e lì lasciò la presa: entrò una damigella e fu scoperta. C'è chi racconta poi che i fatti fossero altri: lei era l'amante di Paolo I, il re. E fu la moglie, la regina, a mandarla nelle segrete, per gelosia. Pare addirittura che mio nonno, fosse il figlio di Paolo I. Se così fosse vero, sono tre generazioni che cerchiamo di ammazzarci.


"Cristina la principessa" tratto da Vite confuse di Marco Cardetta

sabato 16 giugno 2012

Quando ero papa

Salute Francesco, non so cosa mi stia succedendo, ma sono stato eletto papa. Tutti parlano e urlano: stavo chiuso nel mio studiolo e fuori, oltre le tende bianche al vento, sta Piazza San Pietro. 
Sono Nicola e ho un cognome italiano. Sono venuti ad avvisarmi che pare sarò fatto papa. Io sono sconvolto: ma sembra che, anche volendo, io non possa fermare la cosa: tutti stanno convergendo sul mio nome e ormai siamo all'ottanta percento circa dei consensi.

Io che fino a ieri ero un umile sarto del signore, un cameriere dei vescovi, domani sarò papa.
Saprò fare cose buone.

***

Salute, sono Tia Kaleva, caro Francesco, e oggi sono stato eletto papa per la seconda volta. Questa volta ci capisco qualcosa in più. Ieri sono morto per mano di un assassino che invece non mi voleva: ma credo di sapere già, che il suo corpo oggi pende dalla torre più in alto: la sua decisione non è stata presa bene. Mi ha soffocato con un cuscino.
Ho ottanta anni. E questa volta anziché meditare mi ubriacherò cercando di rimanere sveglio fino a domattina e non fare la
fine che ho fatto ieri: sono durato un solo giorno. Questo è ciò che succede quando uno ha buone intenzioni.
E' il 1180.

E' incredibile come in un vestiario ampio come quello che ho io, v'abbia ritrovato segnate e ricamate le insegne, le firme di diversi papi, di diversi re: evidentemente questa condizione unica e privilegiata è considerata quasi come un carcere, se uno sente il bisogno di ricamare all'interno della propria stola il proprio nome: Pio IX e un cuore infranto; oppure Re Carlo, oppure numeri sbarrati. Sembra il muro di un carcere: ma è la stola di un sant'uomo.

Ed io che dovrei conservare tutti questi arredi sacri. E se me li rubano? O mio dio che grande responsabilità che ho.
Ho una valigia con tutti gli arredi più importanti e la devo trasportare via quando ho finito. La croce da baciare, il cranio del servo di cristo. Tutte queste reliquie. Cosa ne sarà di me?

Giù dal balcone bianco, di colonnine tornite, brulica una folla in subbuglio, luccicante nella notte più nera: si muove per lungo, sull'enorme boulevard nella città oscura. Ho tenuto il mio discorso e qualcuno - sì, qualcuno - m'ascoltava, della gente in folla lì sotto: ma com'è elevato questo balcone. Infinitamente elevato. Li vedo così lontani: dubitavo talvolta che potessero ascoltarmi quegli omini. Sicuro, ci sono gli altoparlanti: ma sembrano vibrare nel vuoto, a fianco a me. E lì sotto, così distanti e minuscoli: forse erano rivolti col naso in su ad ascoltare qualcuno di un balcone più in basso.
E' così vero - così ragione ho a  non sentirmi considerato - che ora, appena finito, tutti han ricominciato a muoversi, per il boulevard, verso la cima della collina - lì s'arrampica Prishtina, questa città oscura. S'affollano per le vie tra le giostre ed i locali per adulti.
Ed io che devo stare a ritirare tutti gli oggetti che ho sparso per il balcone per condurre il mio discorso, tutti i paramenti che debbo mostrare ogni volta per condurre il mio discorso: i miei vescovi mi obbligano: dicono che così sembro molto più "papa".
Ed ecco la croce di legno a righe nere, con lo scheletro di gesù minuscolo, il cranio dell'umile servo del signore: c'è anche il gomito di Ponzio Pilato. E tutto ripongo nella mia valigiona nera e vecchia, pesante: il candelabro, il calice d'ottone laccato in oro. E' tutto un po' impolverato. Spero di non perdere nulla.
E mentre ripongo le mie masserizie - i vescovi sono all'interno nel salone, bianco, già bevendo in calici lunghi, sotto lampadari luminosi - riguardo l'interno della mia stola: vi sono le incisioni, le firme di tutti quelli che prima di me l'hanno indossata. Ricamati in filo d'oro i loro nomi: Pio IX, Carlo, e qualcuno che invece ha solo segnato delle stecche poi sbarrate, come fanno i carcerati.



Tratto da "Vite confuse" di Marco Cardetta






martedì 5 giugno 2012

Quando lavavo le balene (sogno)

Dovevamo lavare l'enorme camion, il rimorchio cisterna, in cui la balena era stata appena macellata: stavano costole, sangue ed unto colante dappertutto: s'era dimenata per resistere.
E il capo, mio zio, impartiva istruzioni: con l'indice indicava gli angoli bui, non tralasciare la bava sui cordoli di lamiera.
Io insistevo con lui sul fatto che potevo finire da solo, il grosso era fatto e la cisterna sembrava quasi pulita: solo negli interstizi puzzava ancora di balena. Ma lui, fico e duro, muscoloso in canottiera, si fissava sui dettagli, non voleva andarsene. Poi però ci ragiona, si guarda la canottiera sporca, sudata: casca addosso tutta la fatica.
Così dà le ultime direttive, indicando gli angoli, mentre già si va a lavare.
Su tutto ci sono brandelli di balena, sostanza oleosa e puzza.
Ma apro i rubinetti ed ecco che s'allaga tutto il locale - cisterna - in cui eravamo. Apro il rubinetto e l'acqua inizia a colare a perdifiato: inutile fermarla e inutile chiudere la manopola.
Subito l'acqua è dappertutto, alla cintola: galleggiano già i tavoli e le masserizie.
Poi apro il grande cassettone della cucina per prendere uno straccio e provare ad asciugare, ma sbaglio cassetto e dentro stanno tutti i tarzanelli della balena: quelli sono la prima cosa che viene tolta pulendo le interiora della balena, prima di squartarla. E i tarzanelli della balena iniziano a galleggiare, nell'acqua alla cintola, fresca alla pancia.
Si crea una situazione un po' incresciosa con l'acqua alta fino alla cintola e questi tarzanelli schifosi che galleggiano.
E ciò che è peggio fanno effetto tappo con il mio culo: perché per effetto degli opposti che si attraggono tra loro, dei buchi con i tappi, ecco che vanno a spararsi nell'acqua contro le mie natiche, facendo male.
Mi chiudo in cucina: i tarzanelli si assiepano contro la porta.
Vorrei risolvere la cosa prima che se ne accorga mio zio, che si fidava, muscoloso, e stava a fare la doccia.
Ma mentre penso che forse starà ancora sotto la doccia per un po', ecco che apre la porta a soffietto e vede lo scempio. E mi guarda un po' stupito, poi serafico va a chiudere il rubinetto: "Ma perché non hai chiuso tu l'acqua?" Ma perché non ho chiuso io l'acqua?
E lui medita su come risolvere però la cosa dell'acqua alla cintola e tarzanelli che galleggiano.
Io vado a lavarmi inutilmente le mani, in lavandino minuscolo: apro l'acqua del rubinetto, ma l'acqua alla cintola è più alta del rubinetto e così per lavarmi le mani devo immergerle in quella schifosa acqua alla cintola.
Ed ecco che mio zio dice intelligentemente: "Ehi, ma lo senti tu quest'odore di merda?"
Rispondo: "Mah, forse sono i tarzanelli che ci galleggiano alla cintola."
"No" - risponde lui sicuro - "questa è merda di cane."
"Da cosa l'hai capito?"
E quello non risponde, fa segno di far silenzio, e di colpo apre la porta a soffietto del piccolo bagno minuscolo: sul water è seduto il suo cane, a pelo lungo, che lo guarda con occhioni e saluta - la carta igienica in mano:
"Ecco chi è stato: il furfante. Non ha scaricato subito dopo aver scorreggiato. Lo sapevo."



"Quando lavavo le balene" tratto da Vedute (ovvero, l'uomo che non c'era) - raccolte di sogni, visioni, epifanie, di Marco Cardetta

giovedì 17 maggio 2012

La cutrettola (ovvero, meno fesso dell'albatros)

Per sollazzarsi, spesso, le ciurme dei bastimenti,
di petroliere, di baleniere, di portaerei, di portacontainer,
si divertono a catturare degli albatros, enormi uccelli imbecilli che si lasciano così facilmente catturare e torturare: si lasciano

spegnere la sigaretta sulle piume, stuzzicare il becco,
bastonare di bastone.


Ma sta un uccello diverso, un uccello contento: la cutrettola si chiama.
E questo caca sui balenieri, sui petrolieri, su mercanti dei container, sui soldaticchi.
E quando ne vede qualcuno da solo, ecco che s'appoggia dietro alle spalle e col becco puntuto gli picchietta la testa: e non giocando, ma a far male, crudele.
Strappa i capelli a morsi e con le zampe artigliandosi alle spalle. Se quello si ribella eccolo svolazzare rapido

per le volte azzurre, facendosi beffe del povero sciagurato.

E di nuovo a cacargli addosso.
E poi di nuovo, richiama i suoi amici, sodali, e tutti a cacare sopra la petroliera e i soldaticchi, e a scorticarli,
col becco e con gli artigli: buffe, zoppicano le vittime, non capiscono.






Inutile spiegarvi la faccenda: se non avete capito che il poeta dell'epoca del solare, sì, questa nuova epoca, di una nuova semplicità complicata, non ha da essere fesso, non ha da sentirsi inetto ed inutile a vivere in questo mondo di calcolo, ma ha da essere demiurgo crudele, abile e sagace, nell'evitare le insidie dell'homo oeconomicus; beh, dunque, se non avete capito, siete proprio degli albatros, e non sarete mai, amabile cutrettola.




La cutrettola (ovvero, meno fesso dell'albatros) tratto da Versi giustificati di Marco Cardetta

sabato 12 maggio 2012

Sogno di quando ero Samantha di Sex and the city

Ero bionda, ero Samantha di Sex and the city; ed ecco che quest'uomo muscoloso con cappello a kepi da fattorino voleva far l'amore con me, sulle scale, dove si stendeva il velluto bordeaux da hotel di classe - i passamano d'ottone. Però lì passavano continuamente camerieri, reggendo sulle mani tondi vassoi con bicchieri lunghi, pieni di gin. Passavano sopra di noi mentre amoreggiavamo sulle scale, io su di lui. Io su di lui a gambe larghe: ho un meraviglioso vestito bordeaux con spacco alla coscia.


Così suggerisco di andare da me, o da lui. Andiamo da me. Nel mio appartamento, open space, attico in cima al grattacielo, in piena Manhattan. Entrando parlo di questo mio stretto appartamento che mi costa mille pound al mese e che non so ancora se conviene, visto che ne ho un altro, sempre in centro a Manhattan e non riesco ad affittarlo.

E' un open space lungo e stretto: lungo cinque metri e largo uno e mezzo. E siccome non voglio farmi mancare niente, sul lato sinistro ho messo tutto: il lavabo, una specchiera e due docce. Più le mattonelle bianche a fiorellini: quelle non possono mancare. Sul lato destro non ho messo niente perché non c'entrava. E' un open space: tiny open space.

Fatto sta che ci mettiamo sotto la doccia: due (perché non voglio farmi mancare niente) ne ho lì, in cucina (perché l'appartamento è un open space!).

In realtà non sono docce: solo due telefoni di doccia che escono dal muro a mattonelle, sopra la lavatrice e il lavabo, senza un buco in terra: quando faccio la doccia tutto l'open space si allaga e allaga anche l'open space di quello del piano di sotto che si chiede sempre perché non ha comprato lui l'attico.

Fatto sta che ci mettiamo sotto la doccia, io, Samantha, e il muscoloso fattorino: ha i muscoli tirati e tesi, questo muscoloso fattorino: qualcosa mi dice che fa palestra.

Ma - ritornando alle azioni – veniamo continuamente interrotti: perché il mio è un open space, quindi è aperto. Entra continuamente gente: i fattorini, i facchini che portano le valigie, i camerieri, le cameriere.

Ed entra una mia amica, bionda anche lei, metropolitana, che ci interrompe. E' con un suo nuovo boyfriend: "Chi è?" Chiedo io a lei, spostando a lui il ciuffo ingelatinato che gli cade pesante sugli occhi: è timido, come è entrato s'è seduto al tavolino tondo e sembra disturbato di vedere un fattorino muscoloso, nudo, lì a fianco sotto la doccia: gli arriva l'acqua, schizzettando sulla giacca nera e lui se la pulisce con la mano.

E' un agente finanziario. "Oh, ecco perché sembra così stressato. Si vede dal ciuffo ingelatinato che gli cade sulla fronte. Forse può fare l'amore con me e si rilassa."

Ma il mio fattorino muscoloso, tutto nudo e con il kepi rosso in testa, è sotto la doccia e sbuffa: dalla doccia non esce l'acqua calda. Gli dico di spostarsi e di mettersi alla seconda doccia: quella proprio vicino al tavolino tondo dove s'è seduto l'agente finanziario - sì perché a fianco alla lavatrice c'è un tavolino tondo.

Ma non abbiam nemmeno tempo: siamo tutti in pausa pranzo e tutti abbiamo fretta: tra un po' dovremo tutti ritornare a lavoro. Quindi dovrò farmi tutti e due in meno di venti minuti. Maledetta vita metropolitana!

E mettendoci sotto l'altra doccia ecco che la prima finalmente inizia a far fuoriuscire l'acqua calda: in quel momento passa una cameriera con il vassoio tondo e ci guarda storto perché abbiam tutte e due le docce aperte. "Che spreco d'acqua!", dice inorridita. Spiego alla cameriera che in quell'altra non usciva l'acqua calda. Lei scorbutica risponde che non è possibile.
E io per protesta entro nel Partito Democratico.
 
 

"Sogno di quando ero bionda" tratto da Vedute (ovvero, l'uomo che non c'era) - raccolte di sogni, visioni, epifanie, di Marco Cardetta

mercoledì 2 maggio 2012

L'harem

Rosario Dosa, lei, silfide bronzea, m’indicò un vasetto di melassa, e spiegava:
“Per favore – con leggero accento francese, arrotondava le consonanti – per favore, in lei l’emozione dell’eiaculazione è certo troppo, troppo profonda e prepotente ... e sarà ...; prego, si ricopra il glande ed il fusto con questa melassa, un nostro preparato, perché ritardi in lei, l'effetto delle mie carezze, e manipolazioni. Perché giunga in lei, progressivo, il piacere, e possa gustare il mio tepore, per qualche minuto, prima di riempirmi del suo seme, bollente. Strabordante.”
 
Diceva questo assecondando le sue gambe di seta, sul bordo della piccola piscina arabescata.
Con occhi di malia m'imponeva pazienza.
E il mio cuore esultava, d'un sol palpito, nel gozzo. Continuo.
Accarezzava poi, aveva da accudire, altre due sue figliocce: pescarle dall'acqua, e massaggiarle di unguento aromatico.
Dinanzi a me si stendeva in profondità l’antro buio, parallelepipedeo, dalle sudate pareti - rugose -  di pietra lavica.
 
Mi spogliai millantando quiete e grazia. In fretta. E guardai le gambe eccessivamente magre che avevo trascurato in scarso esercizio, il bacino che basculava in cerca - di qualcosa - e l’abbronzatura ancora presente, nonostante i mesi di digiuno dal sole.
Il fallo di seta bruna; e cominciai a spalmare piano l’unguento.
 
"Te lo spalmerei io" – mi disse una giovinetta ninfa occidentale, che usciva ora dalla piscina completamente nuda.
Sgambettava levandosi dal pelo dell’acqua e si fece innanzi. Bionda, completamente bionda e chiara.
Quando poi fu vicina a me, leggermente scostata, dapprima mi fissò un momento; poi aprì le gambe ed abbassò il bacino piegando le ginocchia.
Tese i tendini interni delle cosce ad esibire il pube: morbido pellicciotto castagno zuppo d'acqua: colava.
E lasciò dondolare il bacino, avanti e indietro, poi in cerchio, fino a fermarsi di colpo: tra le sue cosce, girava, qualche centimetro appena sotto il clito, un pendaglio d'argento, pesante, intarsiato, di pietra e smeraldo, che le cadeva giù, fin dal collo.
Il chiarore delle candele calava e il mio sguardo scese dal ciuffo - a punta - controluce, fin ai suoi piedi, notando, in terra, inciso sul pavimento, un disegno mandalico di circonferenza, astri e comete. Segni vari.
Non appena il pendaglio – girando - ebbe rallentato un poco, lei alzò la testa e, guardandomi, disse:
“Oggi pioverà!”

Guardai il soffitto basso e gocciolante: gocciolava.
E sfilò via al mio fianco sorniona - dalla pelle emanava ancora il tepore dell'acqua - ripetendo:
"Te lo spalmerei io. Ma rischierei di darti, sollecita, troppi piaceri e tu verresti tra le mie mani. Spargendolo. E che senso avrebbe? E che senso avrebbe? E che senso avrebbe?" (Questa frase echeggiava ad libitum nella stanza) "Il prepotente soffione boracifero che hai, deve essere solo tra le cosce di Rosario. A lei spetta."

Ed andò via.
In fondo all’antro scuro aprì bocca Rosario, con voce liquida:
"E mi raccomando - sempre con pronuncia francese, arrotondando - ne spalmi un bel po’ ed in maniera spessa sul glande. E non si sieda! Altrimenti non avrebbe senso." - (echeggiava la frase nella stanza) - "Non tema però, non la priverà dei suoi piaceri, del tutto. Gliene concederà solo progressivamente a disposizione delle mie sollecitudini. Delle mie mani.
Inoltre, è anche ignifugo! Così se la caverna, la casa e tutto il vulcano, dovessero crollare nell’incendio e spargere fiamme ovunque - intorno - il suo pene si salverà!"

In effetti l’antro sembrava vibrare. La cima - fumosa - del vulcano - sopra la testa - mugghiava.
O forse il miocardio nel gozzo. Il mio cuore.

Mi sovvenne un pensiero.
Che loro tutto sapevano. Del mio passato. 
Dei tre mesi incatenato ad una roccia dietro le sbarre in un corridoio nero e vuoto. La strana fine di non poter mangiare senza dormire.
L’assenza di alcuno scompenso. Le braccia tese alla parete senza la possibilità nemmeno di masturbarmi per far passare il tempo. Aspettare il morso d’un topo per avere qualche simulacro di fellatio.

Aspettai Rosario.
Nell’antro umido risuonavano parole vestibolari.
"Oh, in te solleciterò i piaceri migliori. Sebbene ancor vergine con le mani sono la migliore. E la bocca uso con amore."
E questa era sicuramente, delle sue educande, quella con il ciuffo castagno.

Rosario: di una ne massaggiava le giunture, stesa sul bordo della vasca. Cospargendola di unguento.
Ve ne erano ancora tre nell’acqua petrolio. L’antro si proiettava in profondità. Gocciolava il tufo e la pietra vulcanica.
La fine era prossima.



"L'harem" tratto da Inquietudini nostrane di Marco Cardetta

giovedì 26 aprile 2012

Il corvo

- ovvero I turned my head -

Avvenne in una mezzanotte deprimente, mentre meditavo, flebile e stanco,
su assai strani e singolari volumi d'una dimenticata dottrina
mentre chinavo il capo, quasi sonnecchiando, d'improvviso giunse                                                                   il bussare
quasi di qualcuno gentilmente battendo, battendo alla soglia dell’andito
“Forse qualche visitatore” borbottai, “battendo alla soglia dell’andito -
Solo questo e nulla più."


Oo, distintamente ricordo che s'era in fosco Dicembre;
ed ogni separato morente tizzo  menava il suo lemure sull'impiantito.
Ansioso attendevo il chiarore; - invano avevo richiesto in prestito
dai testi consolazione dalla pena - pena per la perduta Lenore -
per la rara e radiante fanciulla cui le entità empiree dan nome di Lenore -
senza nome qui per il resto.


Ed il serico, triste, incerto fruscio d’ogni rubizzo drappo
m'abbrividiva - faceva avvertir strani tremori mai avvertiti innanzi;
così che adesso, a fermar il pulsar del cuore, mi levai scandendo ancora:
"Forse qualche visitatore insistendo entrare alla soglia dell’andito,
qualche attardato visitatore insistendo entrare alla soglia dell’andito,
solo questo e nulla più."


Sul momento l’intendimento ne crebbe in tempra; esitando quindi non
oltre,
"Signore", proruppi, "o Signora, davvero il vostro perdono io imploro,
però il fatto è ch’io sonnecchiavo, e così sommessamente bussaste,
e così vago voi giungeste battendo, battendo alla soglia dell’andito,
ch’io scarsamente ero convinto d'aver inteso” - al che spalancai l'uscio -
e lì, oscurità e nulla più.


Intenso nell'oscurità scrutando, a lungo stetti lì ponderando, impaurendo,
dubitando, avendo visioni che mortale mai osò mai mostrarsi innanzi;
ma il silenzio restava intatto, e la quiete non dava segno
e il solo termine lì fiatato fu il sussurrato termine "Lenore?"
questo io sussurravo, ed un'eco mormorava indietro il termine "Lenore!"
soltanto questo e nulla più.


Indietro nell’andito voltato, tutto l’intendimento incendiato,
subito ancora udii battere qualcosa più intenso che innanzi.
"Di sicuro", proruppi "di sicuro v'è qualcosa alle persiane;
si mostri, dunque, cos’è, e l’incognita esploro -
il cuore s'acquieti un attimo e codesta incognita esploro -
"Forse è il vento e nulla più!"


Al che spalancai l'imposta, quando, con assai agitar e vibrar,
in quella s'arrestò un enorme Corvo dei santi tempi andati;
non il minimo ossequio fece quello; non un minuto si stoppò o stette;
però, con portamento di signore o signora, si posò sulla soglia dell’andito -
posato sul busto della pallida vergine, proprio in cima alla soglia
dell’andito,
si posò, e appollaiò, e nulla più.


Poi tale nerigno uccello inducendo le tristi meditazioni al sarcasmo,
col grave e severo decoro del contegno che si dava  - si vestiva di carattere,
"Nonostante la cresta sia tosa e rasa, tu" - proruppi - “non sei certo un vile, lugubre e vecchio Corvo emigrato dalle rive della Notte -
rivela qual signorile nome è il tuo sulle ceneree rive della Notte!”
Proferì il Corvo: "Mai più".


Assai fui stordito all’udire, da tal goffo pennuto, discorso così franco
nonostante la sua replica scarso senso - scarsa rilevanza avesse;
poiché non si può non esser d'accordo ch’a nessun umano vivente
toccò mai in sorte d'osservare pennuto sulla soglia dell’andito -
volatile o bestia su busto scolpito sulla soglia dell’andito,
e con tal nome quale "Mai più".



Il Corvo, però, sedendo solitario sul placido busto, proruppe solo
con quel termine, quasi che l’intendimento suo tutto in quell'unico termine
avesse infuso.
Né più oltre allora emise - né piuma scosse innanzi -
finché io con qualcosa più d'un sussurro, "Altri compagni han scosso qui le
piume innanzi -
e al chiarirsi anch’egli m’abbandonerà, quali le attese che già
fluirono innanzi”.
Al che il pennuto proferì "Mai più".


Attonito al silenzio rotto da replica così correttamente profferta
"Senza dubbio" dissi, "ciò che proferisce è l'unica merce e provvista
colta da qualche infelice maestro che - inclemente  sventura -
strinse dappresso e strinse più dappresso finché i suoi stornelli si ridussero
a quell’unico -
finché gli inni della sua fede si ridussero a quel melanconico
"Mai - mai più".


Il Corvo, però, ancora inducendo tutte le meditazioni al sarcasmo,
immantinente volsi sedia foderata dinanzi al pennuto, e  il busto e la soglia;
poi, affondato nel velluto, misi me stesso a collegar
meditazione a meditazione, considerando cosa questo minaccioso pennuto
dei tempi andati -
cosa questo  torvo, sgraziato, orrido, smilzo e minaccioso pennuto dei
tempi andati
significasse col gracchiar "Mai più".


Così assiso impegnato in congetture, ma non sillabe esprimendo
al pennuto le cui accese pupille ora m’ardevano nel fondo del petto;
così e ancora assiso divinando, col capo ad agio reclinando
sul guanciale foderato di velluto che la luce della lampada contemplava,
ma la cui fodera di velluto violaceo la luce della lampada
contemplando,
Ella sfiorerà, ooo, mai più!




Poi, tal parve, l'aere crebbe in densità, aromatizzata da invisibile incensiere
scosso da serafini i cui passi tintinnanti sul tappezzato impiantito.
"Sciagurato", gridai, "che Iddio ha imprestato - attraverso questi angeli ha
inviato a te
tregua - tregua e assenzio dalle memorie di Lenore!
Assapora, o assapora questo lenitivo assenzio e dimentica la perduta
Lenore."
Proferì il Corvo, "Mai più".


"Nunzio!"  diss'io, "cosa del male - nunzio comunque, se pennuto o
fanatico! -
sia tu dal demonio inviato, o da burrasca tossito qui in terra,
afflitto ma indomito, su tal desolata landa d'incanto -
su questa dimora infestata dal ribrezzo - dimmi davvero, io imploro -
v'è lì - v'è lì balsamo lenitivo a tali mali? - dimmi - dimmi, io imploro!” -
Proferì il Corvo, "Mai più".


"Nunzio!"  diss'io, "cosa del male - nunzio comunque, se pennuto o
fanatico! -
Per quella volta che su entrambi si piega - per quel Dio che entrambi
adoriamo -
confessa a questo cuore carico di pena, se, quantunque nel lontano mondo
etereo
stringerà ancora a sé la santa fanciulla cui le entità empiree dan nome di
Lenore -
stringerà tra le braccia ancora la rara e radiante fanciulla cui le entità
empiree dan nome di Lenore".
Proferì il Corvo, "Mai più".


"Sia, allora, questo termine segnale di dipartita, pennuto o fanatico!” -
implorai, balzando in piedi -
“Fa ritorno alla burrasca e alle ceneree rive della Notte!
Non lasciar nessuna piuma nera qual segno di quella menzogna che
l’intendimento tuo ha sputato!
Abbandona costui nella sua intatta solitudine! levati dal busto sulla soglia!
trai il becco da questo cuore, e trai la malombra da quella soglia!
Proferì il Corvo "Mai più!"



E il Corvo, mai svolazzando, comunque assiso, comunque assiso
sul pallido busto pallido proprio in cima alla soglia dell’andito;
e le sue pupille hanno tutto il sembiante del maledetto che mediti,
e la luce della lampada che cola su di lui ne sbatte l'ombra sull'impiantito;
ed l'intendimento mio da quell'ombra che si stira tremula sull'impiantito
non s’è distolto - mai più!



"Il corvo" tratto da Edgar ovvero ... dal più fiero e biondo di tutti i fiori... - traduzioni/tradimenti e canto da Edgar Allan Poe, di Marco Cardetta. Post-fazione di Luciano Funetta





domenica 15 aprile 2012

I quadrupedi ovvero I quadrupedi hanno quattro piedi

Sapevo che era finità,
così dissi l’ultima cosa che mi venne in mente:


“I quadrupedi hanno quattro gambe.”
“Sei un pervertito”, mi disse.
“La perversione degli uomini sono le donne mia cara. E la perversione delle donne, sono gli uomini.”

Ci guardammo fissamente negli occhi. Senza battere ciglio.
Né io né lei.


La bassa luce pomeridiana inondava il soggiorno.
Poi, le fibrillò un occhio.
“Che cos’hai cara? Sei stanca?”
“Mi è entrato un moscerino nell’occhio …”
“Oh, cara. Vuoi che ti aiuti?”
“Sì. Basta che soffi dolcemente...”

Così la feci voltare e piegare in avanti.
Le divaricai le natiche e soffiai dolcemente.

Dalla sua laringe fuoriuscì un dolce suono di canne di bambù, che s’intonò in una melodia degli Intillimani.

“Noooo… ma cosa fai?! - mi disse - Attraverso gli occhi!”
“Questa non la so fare” le risposi “ma se vuoi posso suonarti No woman no cry”.

Finì così.
Ci guardammo insensatamente negli occhi.
Senza sbattere ciglio.
Né io né lei.

Stemmo così finché non fece buio.
Poi ...
…fece buio.
Pesto.
Stemmo ancora così un paio d’ore.
Poi, mettendo da parte l’orgoglio, parlai
per primo e dissi:
“Su... smettila di far la dura... dì... qualcosa”.
Nulla.
“Guarda che ti soffio di nuovo nel culo se continui! Sbattiamo le palpebre almeno, ti prego... a me cominciano a bruciare gli occhi!”


In quel momento squillò il telefono.
Sbattendo le gonadi contro lo spigolo della scrivania raggiunsi l’apparecchio nell’altra stanza.
“Pronto? Chi è che mi disturba mentre fisso la mia ragazza?”
E dall’altra parte...
“Sono io... stronzo”.
“Ah...tesoro... ma perchè mi chiami? Non avevi il coraggio di dirmi le cose in faccia? ... nel buio?”
“Sono andata via due ore fa, pirla!”
“Ah... e non potevi dirmelo. Mi si son incrostati gli occhi. Credo che perderò una cornea o forse due”.
“Io prenderò il treno. Sto arrivando”.
“Il treno? Allora arriverai in ritardo”.
“Già...”
“Già...”, e chiuse.

Quando arrivò era già mattino.
Lumeggiava il sole all’orizzonte.

Avevo passato la notte a letto, senza dormire, ragionando sulla teoria Darviniana: se le donne si erano evolute senza cazzo, pensavo, era perché questo le rendeva più forti e pronte all’evoluzione, alla sopravvivenza in un mondo ostile. Un mondo fatto di cazzi. Questo permetteva loro di dominarci.


Le donne con il cazzo evidentemente si erano estinte subito. Non avevano resistito. Solo la specie senza cazzo poteva resistere.

Questo pensavo giocherellando con una copia di sue mutandine usate: un paio splendido che mi ero fatto rivestire di creta, per quando ci fossimo lasciati.
In genere le tenevo in ufficio, come fermacarte.

Ero lì sul letto quando suonò il campanello.
Il mio istinto e il mio pisello mi dissero che era lei.

Aprii … ed infatti, era lei.
Si presentò solo con un impermeabile e quel voluttuoso corpicino fasciato da una vestaglia orientale semitrasparente.
Le si vedeva tutto: come in una gastroscopia all’incontrario.

“Viaggi sempre così in treno?”, le dissi.
“Sì ... mi fanno pagare meno. E mi danno anche un pasto gratis”.
“Capisco. Una volta l’ho fatto anch’io. Ma m’hanno arrestato”.
“Posso entrare?”
“Certo. Con quella vestaglia puoi fare anche una capriola, se ti va”.
“No, grazie: l’ho già fatta davanti al capotreno, sennò non mi faceva scendere. Comunque sono venuta solo per dirti una cosa, poi vado via subito”.
“Cosa?”
“Sei un pervertito.”
“La perversione degli uomini sono le donne, mia cara. E la perversione delle donne sono gli uomini”, ero così charmant...
“Non sei charmant...pirla... E smettila con quel sorrisetto... non sei credibile. Per di più con una copia di mutande tra le man... Ehi... ma quelle sono mie!”


Le aveva riconosciute ma cercai di dissimulare.
“E tu come fai a sapere che sono le tue?”
“Ma se sono le mie lo saprò ... ehi...”
Il suo cervelletto di gallina aveva cominciato a ruminare. Aveva capito tutto.
“Le galline non ruminano, idiota.”
“Ma che fai mi leggi nella mente ora?”
“Dammi quella copia di mutandine. Pirla! … Ehi ... ora ricordo... ma allora quella volta che m’ero svegliata tutta umida piena di creta attorno alla vita ... Non m’ero ubriacata? Non avevo fatto la lotta nel fango con Katia Ricciarelli?! ... Non eravamo stati alla “prima” della Scala?! E pensare che mi sono vergognata così tanto ...”
“E’ vero ... t’ho mentito... Ma è solo perchè avevo capito che tra noi le cose non andavano bene... stava per finire e volevo un tenero ricordo di te...”
“Oh che dolce...”, disse, e mi spaccò il tenero feticcio sulla testa.

Stetti svenuto sull’ingresso di casa per tre giorni.
Quando mi svegliai le Borse di tutto il mondo erano crollate e il mio vicino quindicenne aveva organizzato un lecca lecca party nel mio appartamento. Prima di allora non sapevo nemmeno cosa fosse un leccalecca party… e se sei un adolescente libidinoso che restringe tutta la sfera sessuale ad una fellatio può anche essere interessante.

Ma non ricordavo assolutamente nulla. Nebbia.
Solo qualche giorno dopo, mentre parlavo male della mia ex come si fa normalmente davanti ad una birra con un amico, questi mi disse:
“E così sei perseguitato da donne maliarde?!”
“Tutte le donne sono maliarde, caro mio … Hanno un potere infinito”.
“Credi davvero? E noi cosa cosa possiamo fare?”
“Anche gli uomini cell’hanno. Un potere infinito. Solo …sono più coglioni.
… E lei è una grandissima stronza!”



"I quadrupedi hanno quattro piedi" tratto da Inquietudini nostrane di Marco Cardetta